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Diario di viaggio di Enrico Marcandalli
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E' morto Tom eroe della Pace
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Aprile 2003 - Missione dei volontari di PeaceLink in Palestina
Diario di viaggio di Enrico Marcandalli, testimone di Pace nella terra dei tre monoteismi, dove la guerra nascosta uccide ogni giorno innocenti Viaggio nella striscia di Gaza Descrivere il viaggio nella striscia di Gaza che abbiamo fatto in due giorni è molto difficile. Ci sono cose che non si possono descrivere (così dicevo anche a Francesca mentre eravamo seduti a prendere un te in quel che restava di una casa abbattuta dai tank sulla linea di confine a Rafah). Ci proviamo qui di seguito. Gerusalemme 24 aprile 2003 Partiamo da Gerusalemme (Damascus Gate) con un service io, Francesca, Francesco e Patrizia, una giornalista free lance. Arriviamo a Erez, quello che io definisco uno dei posti più allucinanti dal punto di vista del controllo. Erez non è un check point, è un chilometro quadrato di controlli militari con un sacco di passaggi obbligati, filo spinato, blocchi di cemento, torrette ai lati con i fucili puntati. Un tempo da Erez passavano i palestinesi che lavoravano in Israele. Ora non passa più nessun palestinese e quindi è un chilometro quadrato di desolazione. Il service ci lascia prima del confine. Si entra nella desolazione militare e si va in un ufficio dove ci controllano passaporti, bagagli, ci fanno un po di domande. Fra le altre cose a Erez ti mettono un altro timbro che ti segna il passaporto o il visto in modo che gli israeliani sanno se sei stato nella striscia di Gaza. Passato il check point si cammina per quasi un chilometro prima di raggiungere il posto di controllo palestinese, scalcinato. Ti prendono i nomi scrivendo su un registro a mano e ti salutano calorosamente: che differenza (alluscita non ci hanno nemmeno controllato i passaporti). Prendiamo un altro service (20 minuti di discussione per contrattare il prezzo) e poi si parte per Gaza city. Gaza city è una grande città, un tempo località balneare, ora abbastanza desolata. Tutti i quartieri periferici sono presidiati dai militari israeliani e mentre siamo nella casa del Medical Relief sentiamo pure degli spari provenienti da chissà dove (Francesca dice che è normale anche se un po presto, sono le 7 di sera). La striscia di Gaza (40 chilometri per 20) è letteralmente una prigione. I territori palestinesi assegnati dagli accordi sono circondati a nord dal check point di Erez, a ovest dal mare a est dalla green line, una rete elettrificata con torrette che sparano a chi si avvicina e a sud dalla linea di confine con lEgitto. Una prigione! Inoltre nella striscia si trova la maggior parte dei campi profughi palestinesi con un numero di abitanti maggiore di qualsiasi altro campo profughi nel mondo per metro quadrato. Lunico accesso al mare si ha a Gaza city, poi i coloni israeliani si sono presi la parte sud della striscia (circa venti chilometri) e hanno installato postazioni militari. In tutta la striscia abitano 6.000 coloni e 8.000 militari! Il nostro obiettivo per domani è di visitare Rafah (la città a sud, dove sono stati uccisi Rachel Corrie e Tom Hurndall) e dove i tank e i bulldozer stanno letteralmente abbattendo case tutti i giorni. Gaza, 25 aprile 2003 Ci alziamo presto per prendere un service che ci porti a Rafah perché bisogna passare il check point di Abu Oli. Questo check point si passa solo in auto (a piedi ti sparano) e viene aperto solo alcune ore durante il giorno. Non cè una regola generale, dipende come gira a loro. Una raffica in aria significa si passa, unaltra raffica significa stop. Inoltre cè un altro pezzo di strada, a sud di Gaza city che viene regolarmente interrotto dai buldozer israeliani e la gente se non può passare in macchina devia per la spiaggia; i militari a questo punto aprono il fuoco. Questa è la situazione. Con Francesca si decide quindi di partire presto per evitare spiacevoli sorprese. Su Gaza city, la mattina imperversa un vento forte che trasporta sabbia da non so dove. Assomiglia a una tempesta di sabbia. La sabbia ti si infila ovunque e gli occhi ti fanno male. La strada che conduce a Rafah prima costeggia il mare, e qui si trova il tratto di strada che viene di solito interrotto (oggi si può procedere). Sul lato destro della strada cè solo la spiaggia. Ogni tanto qualche casa crivellata dai colpi dei tank. Un vecchio luna park arrugginito ricorda i tempi in cui questa zona era anche di turismo e divertimento. Si arriva ad Abu Oli e cè già una coda pazzesca di service che stanno aspettando. Non sappiamo che fare, ma mentre noi pensiamo, il conducente decide di prendere una scorciatoia per evitare la coda, così incasina ancora di più il traffico. Lui sta nella corsia dei mezzi che vengono in senso contrario, così quelli non possono passare. È una scena surreale. Fuori la tempesta di sabbia, bambini palestinesi che vendono le sigarette, centinaia di automezzi fermi che procedono ogni tanto e incastrati tra loro. Un continuo suonare di clacson e nessun segno dallaltra parte. Dopo circa unora riusciamo a passare il check point che consiste in un chilometro di strada chiusa in blocchi di cemento con ai lati le torrette dei militari da dove spuntano i mitragliatori. Non puoi scendere dalla macchina, pena beccarti un proiettile. Larrivo a Rafah è sempre surreale, sabbia ovunque, vento forte, pochissime auto e molti carretti trainati da somarelli. Uno in particolare colpisce la mia attenzione. Un piccolo somarello che procede tutto storto con il conducente che gli sferra delle legnate paurose sulla schiena. Il povero che si abbatte sul più povero, la miseria non ha mai fine. Abbiamo appuntamento con Nicola, volontario italiano delISM, vicino a una moschea. Oggi è venerdì e quindi giornata di preghiera e festa per i musulmani. Qui a Rafah sono quasi tutti musulmani e questa è la parte più fondamentalista della Palestina. È qui che è nata Hamas. Ma è anche qui che cè la maggior resistenza ai militari israeliani. A un tratto, mentre siamo fermi ad aspettare a un angolo della strada, si ferma un taxi e scende un fricchettone anni 70 che si dirige verso la moschea. Scoprirò subito dopo che invece è Nicola e scoprirò anche che è una persona davvero speciale (a me ricorda un po Alex Zanotelli, anche se è molto giovane, non nellaspetto ma nella scelta di vita). Con Nicola si va subito alla sede dellISM dove incontriamo i volontari che sono qui per compiere le loro azioni di disturbo ai bulldozer e di condivisione con la popolazione palestinese. Il piccolo appartamento che ospita la loro sede è pieno di gente: britannici, americani, italiani e palestinesi. Al muro sono appese un po di foto di martiri, fra cui anche quelle di Rachel e Tom. Su un altro muro è appeso un cartello che dice I palestinesi e gli internazionali sono bersagli degli israeliani. Quelli dellISM questa mattina vanno nel luogo dove è stata uccisa Rachel accompagnando dei giornalisti inglesi. Noi andiamo con loro. Si prende un service e si va nella parte più povera della città, quella a sud, al confine con lEgitto, dove si trovano i campi profughi e i quartieri che sono costantemente invasi dai tank israeliani. Il panorama cambia drasticamente. Le stradine strette, la miseria, i tanti bambini per strada mi ricordano un po lAfrica, con laggravante che qui oltre alla miseria cè anche una guerra. Una guerra tra un esercito armato fino ai denti e povera gente che fa fatica a tirare sera. Passiamo per una stradina chiusa da due muretti e in fondo cè il luogo dove è morta Rachel. A poche decine di metri si vede il confine egiziano e di là sventola la bandiera dellEgitto. Rafah è stata divisa tra i due stati dopo la guerra israelo-egiziana e la nuova demarcazione dei confini, così che alcune case si sono trovate da una parte o dallaltra. La casa che Rachel stava difendendo con il proprio corpo è ancora in piedi, non si sa per quanto. Vi abita un dottore palestinese con la sua famiglia: molto cordiale. Qui avviene una scena che mi da tutta la dimensione di queste azioni. Il gruppo dellISM decide di andare a depositare un fiore esattamente nel posto dove è morta Rachel che si trova tra la casa e il confine egiziano, ma a questo punto inizia a muoversi un tank israeliano nella nostra direzione. Noi entriamo nel cortile della casa che ci separa dal tank con un muretto, loro sono fuori con i giubbotti fosforescenti e il megafono a sfidare la sorte. Anche Francesca non capisce perché esporsi a questi rischi inutilmente. In ogni caso noi stiamo nel cortile con il proprietario della casa che dice no problem, quiet ma ogni tanto spia dalle fessure del muretto per vedere che fa il tank. Il tank passa proprio davanti a noi e lo sentiamo benissimo. Basta un niente, basta che il militare addetto al mitragliatore o al cannone abbia voglia di premere il grilletto e Bam! Questa volta ho veramente paura. La paura di una persona che non è abituata a vivere costantemente circondato da militari che hanno mano libera per fare quello che vogliono. Non credo che vi siano degli ordini particolari per sparare sulla gente. Spesso qui lo fanno perché quel giorno gli va così. La paura è anche vivere in uno stato di totale casualità. Non sei tu a decidere, ma sono loro! Passa un po di tempo, non so quanto, e il tank se ne va, quelli dellISM ritornano indietro e si va tutti via. Noi seguiamo Nicola che ci accompagna a piedi a Rafah City passando per i quartieri più martoriati e, anche qui, paura. Il nostro percorso è sempre vicino al confine egiziano. A un tratto uno dei tank posteggiati si muove nella nostra direzione e, anche se Nicola dice che non cè problema, prendiamo una strada che fiancheggia una casa e ci tiene al riparo da eventuali spari. Poi, si salta un muretto e Nicola ci mostra la casa dove vive. Proprio qui! La casa è semidistrutta dalle cannonate e lui vive qui per stare a contatto con la popolazione palestinese che sta vivendo questo dramma. La notte, dice, passano i tank, li senti arrivare e fare il giro delle case, non sai a quale spareranno. Ormai lui si è abituato... È a questo punto che mi viene in mente il paragone con Alex. Anche Alex ha fatto una scelta radicale (più lunga nel tempo) come questa. Solo che qui è molto peggio che a Korogocho. Qui ogni notte, ogni giorno sei sulla linea del fronte. Ogni giorno rischi la pelle, veramente. Ed è per questo che Nicola mi sembra lo Zanotelli della striscia di Gaza. Ce ne saranno sicuramente molti altri, ma oggi ho conosciuto lui. Giriamo langolo e arriviamo nel punto in cui è stato ucciso Tom. Nicola ci spiega la dinamica. Un tank stava sparando sulla strada, dove cerano molti bambini. Tom interviene per metterli al riparo. A un tratto altri due bambini si trovano in mezzo alla strada e Tom corre per mettere al riparo anche loro. Nel punto in cui era Tom non stava sulla linea di fuoco del tank, ma nella traiettoria del cecchino posto su una torretta che controlla la strada posta ad angolo. E quindi il cecchino che ha sparato a Tom. E pensare che la fonte israeliana parla di un incidente dicendo che Tom si trovava sulla traiettoria del proiettile! Pazzesco. Come a Sarajevo! Vicino a questo posto una famiglia ci chiede di prendere un te con loro ospitandoci in quello che rimane della loro casa. La casa è stata distrutta due giorni fa. I militari hanno aspettato che la famiglia fosse riunita a cena e poi sono arrivati con i tank e hanno iniziato a bombardare la casa. Ci sediamo tutti dentro, accovacciati su un tappeto, ci togliamo le scarpe per educazione e per rispettare le loro usanze. Una donna anziana viene a parlare e a prendere il te con noi. Purtroppo io non capisco larabo, ma Nicola e Francesca un po sì e quindi riescono a parlare con lei e a scherzare con i bambini che girano attorno. Alcuni sono piccolissimi e hanno negli occhi il terrore. Non si fanno prendere in braccio da Francesca, forse pensano che sia israeliana. La donna anziana parla a lungo con noi. Ha una calma e una voce molto calda. Dai suoi occhi capisco che è, come dire, rassegnata ma non abbattuta, molto dignitosa. È davvero una bella persona. Passiamo una mezzora con loro e poi ce ne torniamo in città. Il resto della giornata va molto bene. Si ritorna finalmente a Gaza city e poi via per Erez di nuovo (prima che chiuda) e poi Gerusalemme, il check point di Qalandia e Ramallah, che per me ora sta diventando quasi una casa. Enrico Marcandalli È morto Tom eroe della Pace È morto ieri sera a Londra Tom Hurndall, il pacifista britannico in coma da nove mesi dopo essere stato ferito da un soldato israeliano. La notizia è stata data oggi dai suoi familiari. Il giovane, 22 anni, era ricoverato nellospedale per neurodisabili di Putney dopo essere rientrato in patria. Era stato colpito alla testa mentre aiutava alcuni bambini di Rafah a mettersi in salvo. Il feritore sarà deferito a una Corte marziale israeliana, ha detto oggi la radio militare israeliana. (ANSA 14.1.2004) Per ricordare a tutti noi che a distanza di un anno, in Medio Oriente (così come in Iraq, in Afghanistan, in Africa, ecc.) si continua a morire nellindifferenza dei media e di fronte allincapacità di ONU, USA ed Europa di lavorare per assicurare al mondo la pace. L. V. Inizio pagina |