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Editoriale

Il Natale di Gesù per un ateo credente e per un credente ateo

E’ di nuovo Natale, il decimo e l’ultimo che vivo tra di voi come Sindaco. Ho conosciuto in questi anni le gioie, i dolori, le speranze, le delusioni, la malattia e soprattutto la disperazione dei miei cittadini. Ne ho incontrato a migliaia in questi anni in ufficio, per la strada, al bar, nelle assemblee, durante le manifestazioni. Mi hanno arricchito con la meraviglia dei loro cuori e temprato con le loro critiche a volte dure e forse non sempre giuste. Cosa dire a Natale ai miei cittadini, in particolare a quelli che si sentono senza speranza, ai tanti che avvertono di vivere in un mondo “orfano di padre e di madre”, soli e senza che qualcuno si accorga di loro e si pieghi con affetto su di loro.
Ho scelto alcuni brani di una breve commedia scritta da Sartre per il Natale del 1940, quando era internato in un campo di concentramento tedesco, perché ritengo descrivano la speranza disperata di molti miei concittadini, dalla quale penso si possa uscire avvertendo la gioia di chi crede <Ecco: cantano ed io sto solo sulla soglia della loro gioia> e poco oltre <Mi sento più solo sul limite della loro gioia e della loro preghiera che nel mio villaggio deserto> il deserto di chi, ateo, scrive <La dignità dell’uomo è nella sua disperazione> . “Un Dio, trasformarsi in uomo! Che favola degna di una balia! Io non vedo che cosa potrebbe interessarlo della nostra condizione umana. Gli dei abitano in cielo, tutti occupati a godere di se stessi. E se capitasse loro di discendere in mezzo a noi, ciò avverrebbe sotto qualche forma brillante e fugace, come una nube di porpora o un lampo. Un Dio si cambierebbe in uomo? L’Onnipotente, in seno alla sua gloria, contemplerebbe questi pidocchi che brulicano sulla vecchia crosta della terra sporcandola con i loro escrementi, e direbbe: voglio essere uno di quei vermi là? Lasciatemi ridere. Un Dio che si induce a nascere, a restare nove mesi come una fragola di sangue!?”
“Se Dio si fosse fatto uomo per me io l’amerei con l’esclusione di tutti gli altri, ci sarebbe come un legame di sangue tra lui e me e la mia vita non sarebbe troppo lunga per dimostrargli la mia riconoscenza. Ma quale Dio sarebbe così folle per questo.. Un Dio-Uomo, un Dio fatto della nostra carne umiliata, un Dio che accetterebbe di conoscere quel gusto di sale che c’è al fondo delle nostre bocche quando il mondo intero ci abbandona, un Dio che accetterebbe anticipatamente di soffrire quello che io soffro oggi… Via, è una follia”.
E ancora Sartre, nella stessa opera attribuisce a Maria questo pensiero.
“Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Egli mi rassomiglia. E’ Dio e mi rassomiglia”.
(brani tratti dall’opera teatrale Bariona, ou le Fils du tonnerre , 1940 - Jean Paul Sartre) Sartre non scriverà più opere come questa, ma stupisce questa sua tenerezza per Maria che esprime la gioia di ogni madre di fronte a suo figlio, sul cui corpo, sul cui volto avverte l’impronta di Dio “Il credente non è che un povero “ateo” che ogni giorno si sforza di cominciare a credere.”
(Bruno Forte, Confessio theologi, Cronopio).
Buon natale e buon anno a tutti i miei concittadini

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