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Editoriale

Politica
e questione morale

Periodicamente emerge nel dibattito politico la “questione morale”, ogni parte accusa l’altra e si pone come “migliore” dell’altra.
Viene da chiedersi l’origine della questione e perché di questo suo porsi ripetutamente senza che si giunga ad un punto decisivo e conclusivo. La questione morale si pone, quando non vi è certezza e chiarezza dei principi e delle regole.
Nessuno pone la questione morale ad esempio per il comportamento sulla strada: se uno passa col rosso viene sanzionato, altrettanto se viola qualunque altra norma del codice stradale; è certa la norma e certa la sanzione. Certo se si cominciasse ad ammettere le varie “scuse”: “Son passato col rosso, perché avevo fretta”, oppure “perché dovevo correre a casa o perché avevo un affare” e così via, non ci sarebbe più alcuna certezza della norma e si porrebbe anche qui la “questione morale”: “Perché lui che è passato col rosso non è stato sanzionato ed invece io sì?”. E il traffico finirebbe nel caos e ciascuno accuserebbe l’altro di violare la norma, appunto la “questione morale”.
Machiavelli per primo affermò l’autonomia della politica dalla morale, la sua dottrina, semplificando, è stata riassunta nella formula “il fine giustifica i mezzi”. Posizione ripresa da Gramsci, tra i fondatori del Partito Comunista Italiano: “Il moderno Principe (il Partito Comunista) sviluppandosi sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo svilupparsi significa che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso (il Partito Comunista) e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe (cioè il Partito Comunista) prende il posto, nella coscienza, della divinità (cioè della religione) e dell’imperativo categorico (cioè della morale).
Questa posizione è stata ripresa con forza col ’68, quando si affermò che “la politica è tutto - tutto è politica”, cioè la politica è norma a se stessa, chi ha il potere politico decide la norma anche morale. L’esperienza recente, non solo italiana, mostra che se cambia la maggioranza cambia la norma, cambiano le leggi, anche quelle che toccano profondamente la singola persona e i suoi diritti e persino la sua più intima sfera affettiva. Cambiando la maggioranza cambiano non solo il diritto di proprietà, i diritti sociali, ma anche il diritto di famiglia, il concetto stesso di famiglia, si tende ormai a decidere, e in alcuni stati si è già giunti, da quando un uomo comincia ad essere persona e quindi titolare di diritti e da quando non lo è più.
Che fare? Occorre avere il coraggio di riconoscere che se non si ammette l’esistenza di una legge naturale, che nessun governo, nessuna maggioranza può mettere in discussione, dalla questione morale non si esce, lo dimostra la storia recente e le vicende politiche di questi giorni. I dieci comandamenti, non solo il “non uccidere” (e quindi anche non calunniare, perché la calunnia uccide moralmente), “non rubare”, “non mentire”, ma anche “onora il padre e la madre” valgono anche in politica.
La politica è laica, in quanto non legata a dogmi religiosi, ma i dieci comandamenti sono la legge naturale dell’uomo a qualunque religione appartenga. Affermare che la garanzia della “morale” è il metodo democratico, è dimenticare la lezione della storia anche recente: i regimi oppressivi dell’est non si autoproclamavano “repubbliche democratiche”? Non erano forse citati quali esempio di democrazia proprio da alcune forze politiche anche italiane?
Questo anche di recente e a volte anche per “democrazie” di altro colore politico.
Non “scaldano” il cuore di nessun cittadino, tanto meno dei giovani, norme che mutano al mutare delle maggioranze. Può cambiare la legge elettorale, le modalità dei processi, ecc. è fisiologico o almeno comprensibile che alcune regole cambino. Ma quando si mettono in discussione principi che vanno a toccare la sfera più intima e personale, si crea un senso di precarietà, che mina alla base ogni progetto esistenziale, ogni progettualità personale e sociale. Ad esempio l’“onora il padre e la madre” da un lato sottolinea e richiama la famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, così come prevista dalla nostra Costituzione (e quindi è norma squisitamente laica), dall’altro sottolinea e richiama sia il rispetto, “l’onore”, dovuto all’autorità, sia l’obbligo di chi la rappresenta, innanzitutto i genitori, ma anche gli insegnanti, i magistrati e chi esercita un’autorità pubblica di agire per il bene dei figli, degli alunni, dei cittadini.

Il ruolo autentico
delle Cooperative

Occorre riconoscere il ruolo rilevante che hanno avuto e hanno le cooperative, anche a Novate, a favore dei cittadini soprattutto delle categorie più deboli. Il rispetto del loro ruolo non si deve limitare a un riconoscimento a parole: si rispettano le cooperative se si lascia che le loro disponibilità finanziarie ed economiche siano utilizzate secondo i loro scopi sociali, se quanto accantonato non viene dato ad un ben preciso partito, ma usato a vantaggio dei soci.
Giovanni Donigaglia, già leader della Coop. Costruttori di Argenta, alla domanda cosa dava in cambio al partito risponde: “Garantivo il sostegno elettorale con i miei tremila soci... e poi pagavo la pubblicità, le inserzioni, finanziavo interventi nei modi più diversi. Nei processi di Milano e Verona ho documentato di aver dato 1 miliardo in sponsorizzazioni per manifestazioni...” (Avvenire dell’8.1.2006).
Non vi è nulla di illegale, ma non è giusto dare ad un partito soldi, che invece devono essere destinati a favore dei soci, a far pagar meno le case, i beni di consumo, i servizi e a meglio remunerare i soci-lavoratori.
Anche questa è “questione morale”.

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