| 19462006
60 Anni di Repubblica Italiana
Rinnovare la Costituzione nel rispetto dei suoi valori
Sono trascorsi ormai sessant’anni dalla nascita della Repubblica italiana: un periodo di tempo lungo se confrontato con la durata della vita di un individuo, e invece brevissimo se confrontato con la secolare storia dell’Italia moderna, o addirittura con la millenaria storia dell’umanità.
La nostra repubblica ci può dunque apparire ormai vecchia o ancora assai giovane, a seconda dei termini di confronto cui scegliamo di fare riferimento. In questi decenni il nostro Paese ha vissuto trasformazioni profonde, di segno diverso e anche opposto, dal punto di vista non solo economico e sociale, ma anche politico, civile e culturale. Basti ricordare, solo a titolo di esempio, la ricostruzione del Paese che nel 1945 era uscito distrutto e affamato dal conflitto mondiale; il cosiddetto “boom economico” dei primi anni ’60 e la conseguente massiccia emigrazione dal sud verso il nord d’Italia; la crisi e il dramma della disoccupazione, soprattutto femminile e giovanile, di questi ultimi anni; i tentativi di involuzione autoritaria degli anni ’50 nel clima di scontro ideologico alimentato dalla guerra fredda; le trame eversive e terroristiche che, a partire dal 1969, hanno provocato tante stragi sanguinose; e poi il fenomeno della scolarizzazione di massa; la nascita delle Regioni; la conquista di diritti civili, quali il voto ai diciottenni e il nuovo diritto di famiglia.
Anche in conseguenza di questi cambiamenti, da qualche tempo è sorta l’esigenza di introdurre delle modifiche alla Costituzione. Ma questi cambiamenti devono essere finalizzati ad esprimere nuovo impulso al principio su cui si fonda l’idea stessa di democrazia e di Repubblica. Il principio di favorire, anche attraverso strumenti e tecnologie nuove, un rapporto sempre più efficace tra governati e governanti, affinché la politica possa essere davvero per tutti, anche se con livelli di responsabilità diversi: partecipazione consapevole alle decisioni che interessano la vita collettiva, a livelli che vanno dal Comune allo Stato.
Perché la Repubblica è la condizione, anche se solo la condizione, dell’autentica libertà, della vera democrazia, oltre che della garanzia per l’esercizio di tutti i diritti di cittadinanza.
Referendum
2 giugno 1946:
gli esiti a livello nazionale
e novatese
Nazionale Novate: elettori iscritti 4.329
Votanti 24.583.936 Votanti 4.126 95,31%
Schede Bianche e nulle 1.146.729 5,9% Schede valide 3.920 95,01%
Schede nulle 21 0,51%
Schede bianche 185 4,48%
FORMA ISTITUZIONALE
Nazionale Novate
Monarchia 10.719.284 43,2% Monarchia 633 16,15%
Repubblica 12.717.923 50,9% Repubblica 3.287 83,85%
Un referendum
per la Repubblica....
Seppur presente in diversi pensatori del nostro Risorgimento (bastino, per tutti, Mazzini e Cattaneo) l’ipotesi della creazione di uno Stato repubblicano trova la sua concreta possibilità di realizzazione dopo il 25 luglio 1943, all’indomani della caduta del fascismo. Le forze politiche impegnate nella guerra di liberazione affrontarono questo problema negli ultimi due anni del conflitto: quando, nel 1944, le funzioni di governo furono assunte dai rappresentanti dei sei partiti che facevano parte del Comitato di Liberazione nazionale (CLN) si approvarono una serie di provvedimenti finalizzati, da un lato, a ricreare le condizioni per un ritorno del Paese alla vita civile e politica; dall’altro, a ricostruire un ordinato assetto istituzionale, dopo la soppressione di tutti gli organi elettivi (Parlamento, Consigli comunali, ecc.) ed a seguito della irresponsabile latitanza dei Savoia. Con il Decreto 5 aprile 1945, n. 146 il Governo istituì la Consulta nazionale (che cessò la sua funzione l’1 giugno 1946), una sorta di Parlamento provvisorio, cui era affidato, nella sostanza il potere legislativo. Tra le molte normative approvate, due ebbero una portata storica:
- quella per l’elezione dell’Assemblea costituente (Decreto legislativo 10 marzo 1946, n. 74), cui era affidato il compito di elaborare la nuova Costituzione che avrebbe sostituito lo Statuto albertino;
- quella per l’indizione del referendum sulla forma istituzionale dello Stato (Decreto legislativo 16 marzo 1046, n. 98), che chiamava i cittadini a scegliere tra Repubblica e Monarchia.
Entrambe queste consultazioni si svolsero il 2 giugno 1946 e videro, per la prima volta nella storia del nostro Paese, la partecipazione delle donne al voto.
A seguito del risultato del referendum l’Assemblea costituente - dopo aver eletto, con 356 su 591, Enrico De Nicola capo provvisorio dello Stato - inizia la redazione della Costituzione della Repubblica italiana, nominando al suo interno una Commissione di 75 deputati con il compito di affrontare i lavori preparatori. Questa si suddivise in tre sottocommissioni tematiche (Diritti e doveri dei cittadini; Ordinamento costituzionale della Repubblica; diritti e doveri economico-sociali). I lavori iniziarono nell’estate del 1946 e si chiusero nel febbraio del 1947. Successivamente l’Assemblea costituente si riunì 347 volte, dal 4 marzo al 22 dicembre, data in cui il testo definitivo venne approvato all’unanimità.
La Costituzione fu proclamata il 27 dicembre ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
I Presidenti della Repubblica dal 1946
Enrico De Nicola
Nato a Napoli il 9 novembre 1877.
Avvocato.
Eletto deputato nel 1909, nel 1913, nel 1919 e nel 1921.
Il 18 giugno 1946 l’Assemblea costituente lo elegge, con 356 voti su 591, Capo provvisorio dello Stato.
Il 26 giugno 1947 venne riconfermato Capo dello Stato, incarico dal quale cessa, a norma della Costituzione, l’11 maggio 1948.
Eletto presidente del Senato nel 1951. Primo presidente della Corte costituzionale nel 1956.
Luigi Einaudi
Durata del mandato dal 12 maggio 1948 al 10 maggio 1955.
Giovanni Gronchi
Durata del mandato dall’11 maggio 1955 al 10 maggio 1962.
Antonio Segni
Eletto il 6 maggio 1962 tra l’agosto e il dicembre 1964 sostituito a causa di malattia dal Presidente del Senato Cesare Merzagora. Per lo stesso motivo dimessosi dall’incarico il 6 dicembre 1964.
Giuseppe Saragat
Durata del mandato dal 29 dicembre 1964 al 23 dicembre 1971.
Giovanni Leone
Eletto il 24 dicembre 1971.
Dimessosi dall’incarico il 15 giugno 1978.
Sandro Pertini
Durata del mandato dal 9 luglio 1978 al 28 giugno 1985.
Francesco Cossiga
Durata del mandato dal 3 luglio 1985 al 28 aprile 1992.
Oscar Luigi Scalfaro
Durata del mandato dal 28 maggio 1992 al 15 maggio 1999.
Carlo Azeglio Ciampi
Durata del mandato dal 13 maggio 1999 al 9 maggio 2006.
Giorgio Napolitano
Eletto il 10 maggio 2006.
Nato a Napoli il 19 giugno 1925. Laureato in giurisprudenza. Nel 1942 entra a far parte di un gruppo di giovani antifascisti e comunisti della sua città. Nel 1945 si iscrive al Partito comunista italiano (Pci), in cui ricopre vari incarichi.
Dall’VIII congresso del Pci, membro del comitato centrale e, dal X congresso, della direzione. Responsabile della commissione per il Mezzogiorno del comitato centrale, quindi della commissione culturale, del dipartimento problemi del partito, sezione organizzazione e, dal 1986, della commissione per la politica estera e le relazioni internazionali. Nel Partito democratico della sinistra (Pds) è membro della direzione e del coordinamento politico.
Eletto deputato nel 1953, viene riconfermato fino al 1994.
Nell’VIII e nella IX legislatura è capo gruppo parlamentare comunista della Camera. Nell’XI legislatura è eletto Presidente della Camera dei deputati, subentrando all’on. Oscar Luigi Scalfaro, eletto Capo dello Stato.
Ministro dell’Interno nel governo Prodi.
Eletto al Parlamento europeo nel 1989.
(Le notizie sui Presidenti della Repubblica sono tratte da: “La navicella”, edizione 2000, pubblicata a cura dell’Istituto Nazionale dell’Informazione).
...ed uno
per l’Europa unita
Nel giugno del 1941 un gruppo di antifascisti confinati nell’isola di Ventotene (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni) terminarono la stesura del Manifesto per un’Europa libera e unita, che rimase poi nella memoria comune come il Manifesto di Ventotene.
La riflessione su queste tematiche da parte dei tre confinati era iniziata già nel ’39 prima con una rilettura degli scritti pubblicati dopo la prima guerra mondiale da Luigi Einaudi contro l’inconsistenza delle organizzazioni internazionali ispirate a criteri puramente confederali e funzionalisti (Società delle Nazioni in primo luogo); poi con lo studio dei federalisti britannici degli anni’ 30 (Beveridge, Lothian, Robbins e altri) che hanno contribuito a superare la disputa tra i due filoni fondamentali del federalismo sovranazionale (dai padri dell’indipendenza americana in poi) e infranazionale, più attento alla crescita delle Autonomie locali (da Proudhon e Cattaneo ad Aldo Capitini).
Il Manifesto concepisce l’integrazione europea come un obiettivo per cui battersi a fondo e subito; come uno spartiacque del tutto nuovo tra forze progressiste e reazionarie.
A un vecchio continente sconvolto dalla guerra il Manifesto indica la via dell’integrazione politico-economica quale condizione per evitargli altre tragedie e consentire a tutti gli Stati membri di progredire in un contesto di pace.
Il Manifesto prefigura una federazione di Stati europei - aperta anche all’Inghilterra e a una Russia liberata dal totalitarismo - dotata di veri poteri di governo e di programmazione, sul modello dell’esperienza federativa di Svizzera e Stati Uniti d’America.
Da allora fino alla fine degli anni ’40 gli autori del Manifesto lavorano intensamente a livello europeo per diffondere la proposta federalista: in particolare Spinelli - con altre personalità italiane, come Luigi Einaudi, Ignazio Silone, Luciano Bolis, Aldo Garosci, Gaetano Salvemini e con esponenti stranieri che condividono e sostengono le analisi e le indicazioni del Manifesto - riescono a conquistare alla causa europeista statisti come De Gasperi, Schumann e Adenauer.
Saranno loro che, negli anni ’50, tenteranno, purtroppo senza successo, di convincere “l’Europa dei sei” (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda) a superare la neonata Comunità del carbone e dell’acciaio (Ceca), in direzione di una Comunità europea di Difesa e di una vera Comunità politica.
Nel 1957, con il Trattato di Roma, i sei Paesi danno vita alla Comunità economica europea (Cee), con l’obiettivo di creare un ampio mercato nel quale potessero circolare liberamente le materie prime, i lavoratori, i prodotti e i capitali. Alla Cee aderiscono progressivamente tutti gli Stati liberi del continente.
Ma nel gennaio del 1986 Spinelli - divenuto nel frattempo parlamentare europeo - condanna, nell’aula di Strasburgo, l’arroganza dei Governi nazionali che hanno affossato il progetto di unione politica fra i Paesi della Cee, che l’Europarlamento aveva più volte approvato nell’83-84. Il Parlamento europeo eletto nel 1989 avvia un nuovo percorso per la riforma della Cee e la sua trasformazione in Unione europea, proponendo che i singoli Stati si pronuncino con appositi referendum di indirizzo. I risultati sono inequivocabili: i cittadini europei vogliono che si arrivi all’unione politica. Come già con la Repubblica Italiana, è con un referendum popolare che si pongono le basi per la costruzione di un’Europa politica: è un cammino lungo e faticoso, dove spesso sull’interesse comune prevalgono gli egoismi nazionali. Ma è l’unica strada da perseguire per evitare una pericolosa decadenza del nostro continente.
Questo focus è stato realizzato dalla Consulta Impegno Civile del Comune di Novate Milanese
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