Terrorismo internazionale
Terrorismo... e Vignate che fa???
Il nuovo "terrosimo"
Letture di approfondimento
La tragedia di Beslan
I modi per sconfiggere il terrorismo
Terrorismo... e Vignate che fa???

Scrivere di terrorismo in momenti come questo è molto rischioso, infatti è difficile per chi scrive non farsi cogliere dall’impeto passionale contro questi macellai da strapazzo e sfociare nella definizione “sic et simpliciter” che questi sono solo dei pirati di terraferma che nascondono i loro volti proprio perché banditi e che usano sistemi da macellaio (con rispetto per la categoria) perché abituati a stare con le bestie. Ma non è così...
Non credo nemmeno che un’analisi sui massimi sistemi sia oggettivamente interessante per il lettore, anche perché i quotidiani nazionali ci stanno informando e non mancano di commentare frequentemente e da tutti i punti di vista le vicende che stanno sconvolgendo quella parte del mondo ed ognuno di noi ha formato la propria, in ogni caso meritoria, convinzione. No, noi vorremmo adattare e proporre la nostra riflessione, cercando di calare nella nostra piccola realtà l’argomento che stiamo trattando.
La gente a Vignate non sembra avere subito delle scosse tremende dai fatti a partire dall’11 settembre 2001, certo se ne parla di terrorismo, ma senza farsi prendere dalla passione, dall’idealismo, se ne parla, se ne discute come fosse una cosa distante che non possa in alcun modo coinvolgere questo piccolo lembo di terra della Martesana (Parmalat, Cirio e Bond Argentini ebbero una audience molto maggiore e soprattutto più dilatata nel tempo), certo, una motivazione di tale distacco esiste pure, l’abbuffata televisiva alle ore di pranzo e cena di autobomba, sgozzamenti e quant’altro non agevola certamente la riflessione quotidiana, anzi si rischia proprio che manchi l’effetto emotivo.
D’altra parte non è neppure che i partiti politici presenti in paese abbiano dato grande enfasi, a parte il presidio permanente della pace dei partiti di sinistra ai quali però è mancata la voglia, la forza, il coraggio o più semplicemente la coerenza di condannare oltre alla guerra anche il terrorismo, oppure al mio partito che più che ricordare l’eccidio dei 19 a Nassirja non ha fatto, tutti gli altri partiti, a destra a sinistra al centro, sotto o sopra non hanno mosso una punta di capello per testimoniare, almeno, la vicinanza con le famiglie e i popoli delle vittime con un banchetto in piazza o un comunicato alla cittadinanza...
È quasi che la gente prenda esempio da come le rappresentanze civili e fors’anche religiose si comportano. Anche la giunta precedente e quella attuale non hanno speso un granché per lasciare una testimonianza, quasi che ad essere una lista civica apartitica non permetta, o meglio non obblighi l’amministrazione politica comunale a convocare, per esempio dopo la strage di Beslan, un consiglio comunale straordinario ben pubblicizzato, magari di venerdì sera o sabato in modo che la gente avesse modo di parteciparvi ed emettere un ordine del giorno contro ogni forma di terrorismo e magari devolvere il gettone di presenza, o perché no un mese di diaria a favore delle famiglie delle vittime, non si dice di farne uno dopo ogni omicidio, sennò sai che superlavoro, e nemmeno di intitolare la piazza del comune ai martiri di Nassirja (anche se l’dea ci troverebbe a dir poco entusiasti), ma nemmeno a risolvere la pratica con un cippo semi interrato nella aiuola nel Iato più desolato del comune.
Insomma la sintesi è che di fronte ad una apparente abulia della gente tocca alle Associazioni, ai Partiti politici e più che ad ogni alla Amministrazione comunale, il compito di fare in modo che le coscienze si destino e ci sia quella auspicata reazione civile che fu così importante nella lotta al nostrano terrorismo degli anni di piombo.
Fabio Garavaglia
Uniti per Vignate
Circolo A.N. Vignate



Il nuovo “terrorismo”: una
“guerra interiore” di cui parlare!

Non sono un esperto di terrorismo, sono solo un cittadino italiano preoccupato di come il mondo ha deciso di girare dopo l’11 settembre 2001. Una data che non ha cambiato la mia vita, ma certamente l’ha resa un po’ meno serena. Prima guardavo con molto più distacco ai fatti che mi accadevano intorno, soprattutto quelli che erano distanti da casa nostra, l’Italia. Oggi la mia casa, che lo voglia o no, è diventata il mondo.
Il fatto nuovo è che ogni mattina accendo la TV sperando che non ci sia niente di nuovo. Questo perché da mesi, quando c’è una novità eclatante, spesso non è una buona notizia. È difficile dire quante sono state negli ultimi mesi le volte in cui ho potuto fare colazione senza la cattiva compagnia di scontri, attentati, stragi, morti e immagini altrettanto raccapriccianti.
Siamo senza difese, abbiamo perso il controllo, almeno non perdiamo la speranza, mi dico uscendo di casa. Se è vero che a tutto c’è un limite, ci sarà anche un limite per l’odio e per la guerra, un limite per gesti crudi e difficili da capire e da concepire come questi. Se la storia fino ad ora non ci ha dato la soluzione a questi problemi, vorrà dire che è il futuro il posto dove dobbiamo andare a cercarla, non il passato.
Del resto la storia non è mai stata avara di eventi tragici. Nemmeno quella moderna.
Leggendo tra le cronache di questi giorni c’è chi mi ha aiutato a fare un piccolo riassunto di cosa è successo in questi ultimi due secoli. Una data colpisce la mia attenzione: è il 28 giugno 1914. A Sarajevo, un uomo spara due colpi di pistola: quattordici milioni di morti. Il primo di una lunga serie di gesti “folli” della nostra storia moderna. Gesto con cui un nazionalista serbo uccise l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono imperiale austriaco, accendendo la miccia che fece esplodere il 1° conflitto mondiale.
Gesto che segnò il passaggio dal terrorismo “anarcoide” al terrorismo “contemporaneo” che mira ad innestare un conflitto di civiltà, religioso e razziale.
Il mondo cambia, il mondo è cambiato. Un tempo la disperazione, l’odio e il desiderio di andare contro alle regole del mondo erano rivolte a singoli soggetti eletti a simboli: Re Umberto, la Principessa Sissi, i presidenti statunitensi Mac Kinley e Kennedy. Oggi eventi come l’11 settembre e l’attentato di Madrid dello scorso marzo o la tragedia di Beslan ci dicono quanto questi simboli non esistano più o non siano più sufficienti.
Strano pensare come l’umanità intera possa essere sempre più spesso messa all’angolo dall’odio e dalla disperazione di qualcuno.
Odio che sta cambiando forma, che sta cambiando sostanza. E se un tempo si scatenava contro i potenti oggi si rivolge sempre più contro persone senza un nome, senza un volto, uomini qualunque, poveri innocenti.
La paura non fa che crescere in tutti noi. Moltiplicando il senso di disgusto per un mondo che non capiamo più.
E giorno dopo giorno, fatto dopo fatto, sentiamo crescere nella nostra vita quotidiana il peso delle scelte di altri. Decisioni prese dall’altra parte del mondo, che un tempo non avremmo neppure conosciuto, oggi ci riguardano, e ci coinvolgono.
Coinvolgono le nostre famiglie, il nostro paese e il nostro futuro.
E allora anche fatti di vita vissuta come cosa mangiare a pranzo, quali luoghi frequentare e dove trascorrere le prossime vacanze diventano decisioni sempre più difficili, per qualcuno sempre più ossessive.
Di fronte al terrorismo sembrano cadere i pregiudizi, ci si dimentica delle fazioni, e scemano gli interessi. Di fronte al terrorismo si pensa principalmente e profondamente a difendere la vita nei suoi valori fondamentali.
Ci accorgiamo che forse l’unico modo per arrivare a comprendere il terrorismo è parlarne, è raccontarlo ai nostri colleghi di lavoro, ai nostri vicini, ai nostri figli. Parlarne per sostituire la ragione alla paura, per cercare di superare con il dialogo quel senso di smarrimento che ci coglie di fronte a fatti e immagini che non hanno più confini né argini.
In questo modo, forse, ciò che inconsciamente crediamo essere gesti e situazioni assurde diventano ai nostri occhi situazioni reali, concrete, sempre più possibili. E il confronto, l’esternazione delle nostre paure ad altri, anziché degenerare in sentimenti di sdegno e di rifiuto indiscriminato per persone, popoli e razze a noi “distanti”, potrebbero aprirci a gesti nuovi, a nuove ipotesi e soluzioni, a nuove speranze.
Massimo Maestri
Insieme per Vignate



Letture di approfondimento

Simon Reeve
I nuovi sciacalli - Osama bin Laden e le strategie del terrorismo

Luigi Bonanate
Terrorismo internazionale

Iring Fetscher
Terrorismo e reazione

Diego Novelli -
Nicola Tranfaglia Vite sospese - le generazioni del terrorismo

Roberto Guiducci
La società impazzita

Mauro Galleni
Rapporto sul terrorismo - Le stragi, gli agguati, i sequestri, le sigle 1969-1980

Giorgio Bocca
Noi terroristi - 12 anni di lotta armata ricostruiti e discussi con i protagonisti

Giampaolo Pansa
L’utopia armata - Come è nato il terrorismo in Italia

Walter Laqueur
Storia del terrorismo - l’analisi storica del più drammatico fenomeno del nostro tempo

Sergio Zavoli
La notte della Repubblica

Alberto Franceschini
Mara Renato ed io - Storia dei fondatori delle BR

Oriana Fallaci
La forza della ragione

Oriana Fallaci
La rabbia e l’orgoglio

Anna Politkovskaia
Cecenia- Il disonore russo



La tragedia di Beslan

Gh’hoo el mè coeur s’ceppaa tutt quant a tòcch,
la ment voeuia senza pù de penser,
chì consciaa, di idei ghe n’hoo ben pòcch,
ma voeuri dì l’instèss el mè parer,
l’è stada ona tragedia disumana,
ordida da ona ment pròppi balzana.

Ma come diavol pò vèss mai possibil,
che di òmen riven a stà perversion,
combinà sti ròbb verament terribil,
mazzà chi fioeu senza remission,
mì foo pròppi fadiga andà a capì,
ma tutt l’occident han vorsuu colpì.

Hinn minga di persònn, ma di gran bèsti,
ciappasela con fioeu innocent,
ma poeu purtròpp nò domà con quèsti,
nel coo gh’hann pròppi nissun sentiment,
che tristèzza vedè fiolitt tutt biòtt,
scappà da la scòla con dòss nagòtt.

Tutt faa in nòmm de la religion,
ma quale religion la pò vèss,
inscì brutal senza remission,
e l’è quèst che me fà restà perpless,
qualunque Dio dovaria vèss amor,
minga portà stì grand e brutt dolor.

On paes che l’ha perduu pròppi tutto,
gh’hann streppaa l’anima oltre al coeur,
tutti i cà hinn listaa de negher a lutto,
in di stòmigh on gran brutt crepacoeur,
chissà quand mai smettarèmm de piang,
in di oeugg gh’avarèmm semper el sang.

El sang de povera gent innocent,
che gh’aveven minga colpa ne peccaa,
chì fiolitt stremii tucc quant maccarent,
che diavol de mal gh’abbien mai faa,
tosanètt violaa in l’intimità,
alter coppaa per el sò caragnà.

La resterà in la stòria del mond,
stà tragedia in la scòla d’Ossezia,
ch’èmm dovuu cercà sù el mappamond,
e trovala l’è stada nò on’inezia,
adèss gh’èmm imparaa ben el tò nòmm,
e te se troeuvet nel coeur de tucc i òmm.

Renato Colombo



I modi per sconfiggere il terrorismo

I tragici fatti avvenuti poco tempo fa nella scuola di Beslan, in Ossezia, regione che fa parte della Repubblica Russa, hanno riportato alla luce con veemenza un problema che riguarda tutto il mondo e postosi in particolare negli ultimi anni: il terrorismo ed i possibili modi di sconfiggerlo. A partire dall’11 settembre del 2001 infatti, tutto il mondo occidentale si è reso conto di essere un bersaglio vulnerabile che può essere colpito in qualunque luogo ed in qualsiasi momento da un nemico subdolo ed invisibile. La teoria che fin’ora ha prevalso per combatterlo è quella della cosiddetta “guerra preventiva”, in base alla quale alcuni paesi occidentali, con in testa gli Stati Uniti, hanno rivendicato il diritto, per altro non legittimato dalle norme internazionali, di attaccare quei paesi che potrebbero proteggere ed addestrare potenziali terroristi. Sugli stessi presupposti la Russia di Putin commette continue repressioni in Cecenia.
A mio parere, premessa essenziale per sconfiggere il terrorismo è comprendere le ragioni della sua nascita e del suo proliferare. Per far questo è innanzitutto necessario distinguere tra loro due fenomeni profondamente diversi, spesso mischiati arbitrariamente e per ragioni di comodo: la questione cecena ed il terrorismo islamico.
La ribellione cecena nasce da una richiesta di indipendenza vecchia di almeno due secoli, ma mai concessa dalla Russia.
Alla caduta dell’Unione Sovietica la Cecenia si autoproclamò indipendente, ma Mosca non riconobbe tale dichiarazione e, a partire dal 1994, questa regione ha conosciuto due guerre. Ma non solo.
Negli ultimi anni, come documenta il libro “Cecenia. Il disonore russo” della giornalista Anna Politkovskaia, il territorio ceceno è teatro di repressioni e violenze sistematiche da parte dell’esercito moscovita e di lotte private interne alla popolazione locale, ormai ridotta alla miseria. In queste condizioni le nuove generazioni della Cecenia, spesso costrette ad assistere al massacro dei propri cari, crescono con un odio feroce verso la Russia; d’altra parte negli ultimi anni il governo Putin, come documenta sempre il testo di cui sopra, ha alimentato nel popolo astio verso il nemico ceceno, in modo da metterlo in condizioni di isolamento. Tuttavia, tutto questo non può giustificare nessun massacro di civili e tanto meno l’assalto alla scuola attuato dai guerriglieri ceceni e dal loro comandante Basayev: il loro odio, per quanto comprensibile, non può coinvolgere degli innocenti.
Ben diversi sono i presupposti del terrorismo islamico. Innanzitutto viene in rilievo, a mio modo di vedere, la disparità di ricchezza col mondo occidentale: lo sviluppo dei Paesi dell’Ovest, Stati Uniti in testa, è stato indubbiamente sproporzionato rispetto al resto del mondo ed in parte possibile anche grazie ad uno sfruttamento lungo oltre duecento anni di risorse e manodopera delle ex-colonie: tali fattori non possono che aver alimentato il risentimento delle popolazioni di Africa e Medio-Oriente in particolare. Non solo: grava su molti Paesi dell’occidente il più che fondato sospetto di aver spesso fomentato e finanziato, anche attraverso la vendita di armi, guerre intestine in varie regioni dei Paesi in via di sviluppo.
Un'ulteriore circostanza che può avere accresciuto l’odio delle popolazioni povere, in particolare di religione islamica, è il mai risolto conflitto Israelo-Palestinese, associato negli ultimi anni all’appoggio pressoché incondizionato dell’amministrazione Bush alla politica repressiva di Sharon, quando probabilmente una mediazione avrebbe prodotto risultati migliori e salvato numerose vite.
Infine, a mio parere, va considerato solo marginalmente il conflitto tra religioni: è stato indubbiamente usato dai capi dei terroristi per far leva sui sentimenti più irrazionali della popolazione, portando così i loro seguaci a commettere azioni folli, come un attentato suicida in nome di Allah.
È da dubitarsi che la diversa religione sia la causa prima del terrorismo: è, se mai, un mezzo di manipolazione delle coscienze più deboli, al fine di soddisfare altri interessi.
Non esiste alcuna prova, o perlomeno la Russia non ne ha mai mostrate, di un’effettiva connessione tra terrorismo ceceno ed islamico. L’unico elemento comune è la religione musulmana, ma, come abbiamo visto, sono fenomeni con radici del tutto diverse. C’è il forte sospetto che il collegamento sia stato creato ad arte allo scopo di garantire alla Russia l’impunità per le violazioni dei diritti umani compiute in Cecenia in nome della protezione dal terrorismo, in cambio della neutralità sulle guerre condotte dagli Stati Uniti sulla base della difesa preventiva, attacchi cui la Russia si era originariamente opposta.
Analizzate le cause, o presunte tali, del terrorismo, quale soluzione per risolvere il drammatico problema, specie per quanto riguarda quello islamico che minaccia più da vicino le nostre vite?
Siamo sicuri che dichiarare guerra ad un Paese musulmano dopo l’altro porti a dei risultati soddisfacenti?
Di certo c’è che per ora l’Iraq si è trasformato in un inferno, sia per la popolazione locale, sia per gli occidentali presenti sul posto, senza alcuna differenza tra civili e militari; e che il rischio di attentati è tutt’altro che diminuito, come dimostra la strage di Madrid del marzo scorso.
A mio parere è necessaria una svolta che deve consistere nel delegittimare i presupposti del terrorismo.
Le soluzioni sono molte e spetta a chi governa i Paesi occidentali scegliere quali siano le migliori: lo stanziamento della somma necessaria per la lotta all’A.I.D.S. nel terzo mondo; investimenti nei paesi poveri per farli crescere, nel rispetto dei diritti umani; una seria mediazione tra Israele e Palestina. Contemporaneamente è necessario spendere le risorse degli Stati, anziché nella guerra, nel miglioramento dei sistemi di sicurezza dei cosiddetti “obbiettivi sensibili” e nel potenziamento di servizi segreti ed intelligence, allo scopo di prevenire eventuali attentati.
Nessuno di noi sa quale sia la soluzione sicura e forse neppure c’è. Ma, di certo, nessuno di noi vuole più vivere con la paura che un giorno, prendendo il treno, possa morire, vittima di un attentato.
Daniele Leone

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