1866/2026 VALEGGIO: 160 ANNI DI TRICOLORE

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1866/2026 – VALEGGIO: 160 ANNI DI TRICOLORE
di Cesare Farinelli

La ricorrenza del 7 gennaio, “Giornata del Tricolore”, ci fa ricordare che sul nostro castello la bandiera “Bianca, Rossa e Verde” sventola fin dall’ottobre del 1866, cioè da 160 anni.
Durante il Risorgimento era un simbolo di grande importanza per i nostri avi; oggi fa parte del panorama e pochi ricordano quanto sia costato vederla stagliata nel nostro cielo.
I valeggiani l’hanno conosciuta durante la prima guerra d’Indipendenza, portata dalle truppe piemontesi guidate dal re Carlo Alberto che, con il proclama del marzo 1848, aveva dichiarato: «…per meglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana».
Purtroppo, dopo la dura sconfitta di Custoza, ritornò quella con l’aquila nera bicipite e il Tricolore scomparve.
Stessa cosa dopo l’amara disillusione seguita ai preliminari di pace di Villafranca nel 1859, seguiti alla seconda guerra d’Indipendenza.
Dovettero passare altri sette lunghi anni di dominazione straniera prima che i valeggiani potessero chiamarsi a pieno titolo “ITALIANI”, cittadini di una nuova nazione che stava nascendo e ritrovando la sua unità territoriale e amministrativa.

DON GIOVANNI PERINI
Un tempo, esporre il Tricolore era rischioso e poteva costare l’arresto, come testimonia la vita di Don Giovanni Perini (Bosco Chiesanuova, 1827 – Borghetto, 1892), curato nella chiesa di San Marco Evangelista dal 1858, più volte perseguitato dalla Gendarmeria austriaca per il suo fervore patriottico.
Nell’Archivio di Stato di Verona sono conservati documenti relativi ad alcune iniziative del nostro indomabile prete; come quella di diffondere l’amor patrio distribuendo bandiere tricolori e incitando le donne valeggiane a cucirle nelle loro case, pronte per essere esposte all’arrivo delle armate sabaude. Per questo si guadagnò il nomignolo di “don bandiera”.
Un’altra sua attività, molto più pericolosa, fu quella di aiutare coloro che non volevano servire nell’esercito asburgico, qualcuno per sentimenti patriottici, i più per evitare la ferma che durava dieci anni, a espatriare.
I “renitenti” evitavano il carcere dandosi alla macchia e al banditismo da strada — anche Valeggio ebbe i suoi “briganti”— o raggiungendo dopo il 1859 le terre lombarde per arruolarsi sotto il Tricolore; come fecero, fra gli altri, il conte Felice Portalupi e i quattro fratelli Tebaldi. Data la posizione strategica di Borghetto, Don Perini raccoglieva i “disertori”, rischiando la fucilazione e, con la complicità di un barcaiolo locale non a caso chiamato “Caronte”, li faceva traghettare notte tempo sulla riva italiana del Mincio.

Le sue azioni contro gli “starlùch” — nomignolo dispregiativo con cui il curato chiamava gli austriaci — gli costarono anche un breve periodo di detenzione e, nel 1862, il vescovo di Verona, il Cardinale Luigi di Canossa, pressato dalle autorità decise di mandare Don Perini a Lonato (oggi come ieri diocesi veronese) inviando a Borghetto Don Pietro Bianchini da Cerea. Si tramanda però che il sacerdote rimase nascosto nella sua canonica, cercando di aiutare i parrocchiani nel difficile periodo in cui il confine di stato fra Austria e Italia, segnato dal corso del Mincio, spaccava drammaticamente in due Borghetto.

Nell’ottobre del 1866, il Veneto entrò a far parte del Regno d’Italia e in quei giorni tutte le finestre valeggiane si colorarono di Tricolore.
Don Perini, finalmente italiano, riprese regolarmente la guida della comunità di Borghetto fino al 1888 quando, dopo trentatré anni di ministero, si ritirò a vita privata; ma non abbandonò la sua amata Borghetto in cui si spense il primo ottobre 1892, aveva 64 anni.

«Amare la Bandiera non significa approvare tutto ciò che fa il Paese e la sua popolazione: è solo gratitudine per la Libertà».
John Fitzgerald Kennedy

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