Buona Pasqua. Buone Papparèlle.

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«Buona Pasqua!» ovvero «Buone Paparèlle!»
di Cesare Farinelli

Il poeta Berto Barbarani (1872-1945) ha immortalato questo antico e nobile piatto nostrano nella sua poesia “PASQUA”:
…Marso dai venti che sa da fiore, coi so strumenti (le spassadore) bate Quaresima! Se sente in giro (cosa che el sia?) come un respiro de pulissia che nèta l’anima. E le putèle canta:
Aleluia! Le paparèle le se ingarbuia sora la tàola…

Le “Paparèle coi figadìgn”, tagliatelle fatte in casa con i fegatini, sono state insaporite dalle nostre massaie con le gustose interiora di pollo, proprio per i pranzi casalinghi più importanti, imbanditi in occasione di “nòsse” (nozze), “soracùne” (battesimi), e per i giorni di festa come la Pasqua. Per non sprecare cibo, anche le “sàte o sgrife de galìna” (le zampe di gallina), erano per l’occasione cotte nel brodo e di solito destinate ai bambini.
Il nome di questo tipo di pasta fresca deriva dal verbo latino “pappare”, cioè mangiare, parola onomatopeica in uso nel nostro gergo per indicare il piacere di consumare del cibo con soddisfazione: “Me so’ papà ‘na bèla scudèla de tripe calde ‘nformaiàde! ”, cioè: “Ho mangiato di gusto una bella scodella di trippe calde cosparse di formaggio grattugiato!”.
Le tradizioni culinarie sono importanti, hanno un valore che va ben oltre la loro oggettiva qualità e bontà, sono dei patrimoni di conoscenze e di cultura che coinvolgono le emozioni, i ricordi e in loro troviamo il senso della nostra appartenenza.

Agli inizi del XIX secolo, l’abate Giovan Battista Conati scriveva a un amico a proposito della cucina veronese: «Nella Pasqua… non mancano buoni pranzi ed inviti. I Tagliatelli, detti da noi Paparèlle, sono la minestra di costume; che anzi negli auguri di felicitazione si suol dire fra noi, invece della Buona Pasqua, Buone Paparèlle!».

Per chi se le fosse perse o desiderasse rileggerle, le Pillole di Cultura Valeggiana sono tutte disponibili in questo ARCHIVIO

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